giovedì 6 febbraio 2014

Quello che Internet ci sta togliendo - Commento alla lettera di Umberto Eco

Premessa: questo articolo è un commento alla lettera aperta di Umberto Eco pubblicata sulle pagine de "L'Espresso" il 3 gennaio 2014 e ritrovabile a questo link: 


Il ragionamento del grande autore italiano parte da un preconcetto fondamentale: quando il nipote leggerà la lettera, il nonno non sarà più in questo mondo. Eco non ha scritto ciò giustificandolo poi con una sua personale scelta di far recapitare la lettera al nipote solo al raggiungimento dell'età adulta, in realtà lui non ha affatto specificato il perché.
Che la lettera sia effettivamente indirizzata ad un adulto è improbabile, poiché il messaggio di fondo è chiaramente rivolto a ragazzi al massimo appena immatricolati. Quello che si può dedurre (o che io deduco, magari costruendo una teoria alla fine sbagliata) è che anche qui l'autore voglia sottolineare, con una non troppo marcata iperbole, come i giorni nostri, così frenetici e impegnati, non permettano nemmeno di fermarsi a leggere la lettera scritta dal nostro caro e ormai trapassato nonnino.
Proseguendo poi nella lettera, Eco dichiara che il suo non è un attacco alla tecnologia, bensì all'uso che se ne fa. Avevo inizialmente bollato questa lettera come una "caduta di stile" di uno dei miei autori viventi preferiti, crogiolandomi poi nel conformismo di altre opinioni simili alla mia. Alcuni giorni dopo, rileggendo la lettera, mi sono imbattuto in un esempio che avevo distrattamente saltato in precedenza: 

"Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan "

Ho subito tentato di ricordare i nomi, vista la mia passione per il romanzo di Dumas, fallendo miseramente. A questo punto, preso dal panico di un Alzheimer già galoppante, sono corso a sfogliare "I Tre Moschettieri". Mi sono tolto un enorme peso quando, rileggendo quelle poche pagine, sono ricomparsi, sulla carta e nella mia mente, i nomi di Grimaud, Bazin, Mosqueton e, proseguendo nella lettura, Planchet. Quella non era di sicuro la prima volta in cui avevo un lapsus riguardante dei nomi, ma testando alcune mie conoscenze fino a quel momento certe, mi sono ritrovato più di una volta senza la risposta. Internet in sé non ci sta effettivamente indebolendo la memoria, ma l'uso che noi ne facciamo, usando la rete come un contenitore in cui riporre le nostre conoscenze, andando a consultarle solo quando ne necessitiamo, sta lentamente distruggendo il nostro senso di ricordo. Spesso mi sono ritrovato io stesso a non ricordare alcune formule di fisica, nascondendomi dal problema con un "andrò a controllare su internet" e con la successiva apertura di Wikipedia. Questo procedimento non è moralmente sbagliato: se in futuro lavoro mi servirà la stessa formula, la ritroverò sullo stesso sito, e magari più velocemente rispetto ai giorni nostri. Ipotizziamo però che la rete in un determinato luogo non sia disponibile o, volendo proprio estremizzare una situazione, che la rete non sia mai più disponibile.
Tralasciando il panico generale che provoca in me la remota eventualità di un tale evento, probabilmente non sarei l'unico ad essere disperso nelle domande senza la capacità di rispondere. Ma se già oggi letterati come Umberto Eco iniziano a notare, e forse accusare di alcune perdite di memoria, allora cosa ne sarà di noi quando magari proprio la nostra vita sarà nelle mani di un medico?
Non voglio che le ultime parole che sentirò siano qualcosa come "Aspetta che non ricordo se è la vena giusta, lo chiedo su Yahoo Answers"


F.C.

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