mercoledì 19 febbraio 2014

Sromanzo!


Mio caro e gentile lettore
son qui per dirti che ho voglia di giocare.
Con questi brevi versi in colonna
principio la storia di una giovane donna,
dal mistero irretita, dalla passione infiammata,
dal terrore ghermita o dal dubbio attanagliata
la vita della nostra dama
darà alla luce una bizzarra trama.
Tra le mie righe l'indecisione
la farà spesso da padrone
perché nel dubbio il pensier fiorisce
mentre nell'ottusa certezza questo appassisce.
Con questa missiva domando a te indulgenza
per questa mia letteraria licenza.

Riflessi

Introduzione

Inizio di Febbraio, nel Web, sotto un video comico, che ironizzava sulla Presidente della Camera dei Deputati, condiviso sulla pagina ufficiale di Beppe Grillo, vengono pubblicati centinaia di commenti estremamente violenti verso la Presidente stessa.

Pochi giorni dopo, Bollate, una rissa all'uscita da scuola tra due ragazze quattordicenni indigna la nazione, in parte anche a causa dell'indifferenza o dell'incitamento mostrato dalla folla di coetanei attorno a loro. Subito pronte pagine facebook  pro o contro le due ragazzine dove squadre di indignati cercavano di rendere giustizia insultando l'una o l'altra sugli stessi social network.

Pochi giorni fa, Cittadella, una ragazzina, sempre quattordicenne, si suicida lanciandosi da un albergo, dopo gli insulti anonimi ricevuti su Ask.fm. Il sindaco della cittadina, chiede a gran voce che venga chiuso il suddetto sito web.


Parte I: Odi et Web

Questi fatti elencati nell'introduzione non sono così peculiari. Certo fanno effetto e alcuni ti muovono anche emotivamente, -abito in provincia di Padova non lontano da Cittadella: non sono coinvolto nella vicenda e non posso assolutamente sapere cosa prova chi è coinvolto, ma mentirei se affermassi che la notizia, proprio per la sua vicinanza geografica, mi ha lasciato indifferente- ma, ormai, si incontrano sempre più spesso nella rete: insulti, e commenti politici carichi di estrema rabbia; risse tra giovani spettacolarizzate tramite riprese poi caricate su Youtube; anche il suicidio di una giovane a causa degli insulti su Ask è già successo e neanche troppo tempo fa. Solo non in Italia, ma in Inghilterra. Era lo scorso agosto. Hannah Smith. Sempre quattordicenne, sempre suicida, sempre a causa degli insulti ricevuti sulla rete. Ed anche in quel caso, ci fu chi parlò di boicottaggio verso i "vile website". Era il Primo Ministro inglese, David Cameron.

Tutti questi diversi casi vanno, in maniere e modi differenti, ad interagire con il presunto odio del web. Presunto non perché non sia effettivamente nel web, ma perché si attribuisce a quest'odio la residenza intrinseca all'interno del mezzo stesso.

Pertanto, "chiunque vada sul blog di Grillo è uno stupratore", esistono siti "vili" che devono essere chiusi e Facebook incita al bullismo.

Nulla di più errato. Perché se nel web c'è rabbia, c'è odio, queste Cose non esistono lì a priori, ma vi entrano a causa nostra.
Non è il web che odia, ma siamo noi.

Certo, non sempre i commenti violenti sono sintomo di rabbia o odio in senso stretto. Ci sono diverse motivazioni psicologiche che si possono trovare, oltre alla semplice "valvola di sfogo".  Voglia di emulazione, per sentirsi "più grandi", o desiderio d'apparire, quasi per avere i 15 minuti di notorietà di warholiana memoria ad ogni costo; o forse anche per gratificazione personale: poter insultare tutto e tutti dà comunque un senso di potenza nei confronti del Mondo. Il Trolling insomma.

Ma i fattori psicologici che spingono le persone a questi comportamenti, non sono il problema che voglio analizzare in questo post. Il problema, più profondo, che entra in gioco nelle varie situazioni è l'idea, più o meno inconscia, più o meno sedimentata, di un'apparente discontinuità e separazione tra il Web e il Mondo reale.

Parte II: Imago

Azione-Reazione; Causa-Effetto. legami logici che utilizziamo necessariamente per interpretare la realtà, quelle che Kant chiamava categorie.
Ma senza svilupparsi troppo nel campo filosofico, possiamo comunque, e più pragmaticamente, affermare che noi viviamo e ci comportiamo nella nostra vita quotidiana ben consci che i nostri atti portino sempre a delle conseguenze: carico la sveglia ed essa suonerà domattina, apro il rubinetto e sgorga acqua, uccido qualcuno e andrò in prigione.

Tuttavia questa categoria decade, nella percezione comune, quando si naviga nel web.

"ma è ovvio, il web è un mondo virtuale, mica quello vero!!!!!" penseranno molti.

E in parte hanno anche ragione: certamente il web e la realtà possono essere visti come due mondi diversi. Tuttavia la diversità non implica necessariamente discontinuità e separazione. Infatti, il mondo virtuale è diverso da quello reale quanto il tuo riflesso generato da uno specchio è diverso da te. Il mondo non è la totalità delle cose, ma la totalità dei fatti, diceva un altro filosofo, un certo Wittgenstein. Ed il mondo virtuale, per quanto non ha un oggetto fisico corrispondente, è sempre e comunque un insieme di fatti, espressi tramite un linguaggio che si configura sempre come un'immagine del mondo.

Pertanto, noi quando entriamo nel Web non entriamo in un ipotetica realtà a se stante, ma in un'immagine, che, in quanto immagine, riflette e interagisce sempre con il mondo reale. Così come le azione sul Web possono interagire ed avere conseguenze nella vita quotidiana.
Questo è il nucleo fondamentale, che bisognerebbe far capire agli internauti neofiti, giovani o adulti che siano, e dove anche lo stato dovrebbe intervenire. Perché se è vero che l'odio ed i comportamenti errati nascono prima di tutto dai cittadini, è anche vero che essi trovano una legittimazione nell'errata percezione di separazione del Web e nell'accusa rivolta più ai mezzi che agli Attanti.

Quindi, certo, educare prima di tutto. Ma se qualcuno incita allo stupro o al suicidio o, più generalmente,  insulta pesantemente, le vie legali dovrebbero diventare la norma verso le persone che abusano dei mezzi e non verso i mezzi stessi.


                                                                                                                                      W.M.



Fonti:
Grillo, Boldrini, Stuprihttp://www.giornalettismo.com/archives/1334229/beppe-grillo-laura-boldrini-in-macchina-e-gli-insulti-sessisti/

Bollate, rissahttp://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/14_febbraio_07/botte-ragazzine-nessuno-interviene-aade6c5c-8fca-11e3-b53f-05c5f8d49c92.shtml

Bollate, Facebookhttp://www.giornalettismo.com/archives/1344683/insulta-anche-tu-la-bulla-di-bollate-su-facebook/

Cittadella, Ask: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2014/02/11/Ragazza-14-anni-suicida-istigata-coetanei-social-network_10051573.html

Hannah Smith, David Cameron, Ask: http://www.express.co.uk/news/uk/420567/David-Cameron-urges-internet-users-to-boycot-vile-cyberbulling-sites

martedì 18 febbraio 2014

Flappy Bird non vola più.

Alcuni giorni fa, come molti possessori di smartphone avranno notato, "Flappy Bird", il celebre gioco arcade e moda del momento, non compariva più negli store di Iphone e Android. Il creatore aveva già avvertito i fan tramite il proprio account Twitter :



Subito si sono scatenati fan e critici del gioco, i primi piangendo la prematura scomparsa di un gioco diventato in pochissimo tempo virale, i secondi stappando immaginarie bottiglie di champagne per salutare il giochino dal "successo immeritato".
Ma in cosa consiste "Flappy Bird"? Perché è così amato/odiato? Perché è stato rimosso dallo store?
Flappy Bird è stato creato nel 2013 da Nguyễn Hà Đông, un ventinovenne vietnamita di cui si sa poco o nulla, già creatore di Shuriken Block, e distribuito dalla .GEARS Studios; una casa di giochi mobile indie.
Il gameplay è decisamente essenziale: un piccolo uccellino giallo deve volare attraverso lo schermo, schivando dei tubi verdi molto simili a quelli di un certo idraulico italiano. Ogni "tap" sullo schermo consiste in un battito d'ali della piccola massa gialla, che dato il suo peso, ricade molto velocemente. Insomma, qualcosa già visto svariate volte; il successo sta però nell'estrema difficoltà del gioco: moltissimi (tra cui il sottoscritto) si schiantavano o precipitavano dopo 3 o 4 "metri". Ovviamente non esisteva un traguardo, se non la soddisfazione di vedere la faccia dei propri amici quando si batteva il loro record.
Riguardo alla rimozione, si è subito scatenata una tempesta di teorie, passando dalla classica "manovra pubblicitaria", a un vero e proprio complottismo: alcuni utenti adducevano al ritmo incalzante del gameplay e alla diffusione virale definendoli "un metodo di controllo delle masse".
Il creatore, cui spetta l'ultima parola (almeno al di fuori del web) ha giustificato l'estremo atto in un'intervista esclusiva a Forbes, affermando: "Ho sviluppato Flappy Bird pensando che potesse essere un gioco semplice e adatto per rilassarsi in pochi minuti, ma è diventato qualcosa che crea dipendenza. Questo per me è un problema, la soluzione migliore è stata rimuoverlo dagli store. Ormai è andato, per sempre."
Rimangono molti gli scettici, e il fatto che alcuni elementi di Flappy Bird rimandino ad altri videogiochi, più o meno famosi, è uno dei nodi gordiani della questione: primo fra tutti il sopracitato Super Mario, protagonista della ormai storica serie di videogiochi. Gli ostacoli che l'uccellino doveva evitare erano infatti gli stessi tubi verdi del celebre brand Nintendo, e molti credono che la rimozione sia stata una manovra preventiva al fine di evitare controversie legali. La casa nipponica non si è pronunciata a riguardo, mentre i legali di Nguyễn si sono affrettati nel dichiarare che nessuna causa legale era stata intentata contro il gioco per smarphone.
Ovviamente la rimozione del gioco ha portato a moltissime conseguenze, alcune imprevedibili: su Ebay, in poche ore, sono stati messi all'asta moltissimi cellulari che avevano già installato il gioco, causando così la "corsa alla reliquia" che ha portato alcuni prezzi sulle migliaia di dollari. Se voi avete il gioco, ma non vi è venuta la brillante idea, non disperate: il più famoso sito d'aste del mondo si è affrettato a rimuovere le inserzioni, per evitare truffe. Altre conseguenze erano invece più immaginabili: i cloni. In realtà, quando un gioco ha un successo tale, dopo poche ore dal boom vediamo già la comparsa di giochi quasi identici, se non per il titolo o per caratteristiche grafiche; insomma, cambiamenti necessari e sufficienti per evitare di finire in tribunale. Ma quando il primo titolo, quello con più vendite, insomma, l'originale, sparisce, la presenza di questi titoli diventa colossale. Anche qui però c'è stato chi è corso ai ripari: gli store infatti hanno vietato i giochi che contenessero nel titolo la parola "Flappy", anche per evitare che gli ignari utenti scaricassero in realtà virus, come è già successo in passato. Ovviamente questa manovra non ha fermato i "ladri di idee": un semplice cambio del nome e, adesso, quando si digita "Flappy Bird" nella barra di ricerca, compaiono ben 252 risultati; il primo dei quali è "FlOppy Bird"...
Un applauso all'originalità di certi individui.

Insomma, che ci si schieri dalla parte del creatore o che ci si schieri con i complottisti, solo una cosa rimane:
Flappy non vola più.

giovedì 6 febbraio 2014

L'informazione al tempo dei Social Network

Iniziare un testo, iniziare un post, è difficile. Molto difficile. Le parole iniziano a sfuggirti di mente, le frasi cominciano ad incespicare e tutti i mirabolanti argomenti che avresti voluto volentieri tradurre in forma scritta, improvvisamente, scompaiono.
E questo accade, in special modo, quando il testo in questione risulta essere il primo testo del tuo primo blog. Perché, nonostante il post sia più rivolto a te stesso che a fantomatici internauti, nonostante un probabile numero esiguo di views e nonostante non venga richiesta nessuna professionalità, sei comunque conscio che questa tua "prima volta" costituisca l'inizio di un percorso e perciò, in quanto tale, permetta già di indirizzare tutti i post futuri. 
Insomma, il primo post è ben di più di un semplice testo: è un biglietto da visita, una carta d'identità.



Tuttavia, per quanto difficile, bisogna pur sempre iniziare. 
Sono successe moltissime cose negli ultimi tempi. Avvenimenti politici, sociali, culturali, e, ognuno di questi meriterebbe di certo una trattazione. Avrei potuto parlare della legge elettorale, dell'odio sedimentato sui social network, dell'Egitto, delle olimpiadi di Sochi, della "Grande Bellezza", di calcio, formula uno, partiti e movimenti, tuttavia, proprio perché è il primo post, preferisco non entrare direttamente nel merito di singoli eventi ma, bensì, fare argomento più generale, un argomento che sta alla loro base. O meglio, alla base della loro trattazione.

L'altro giorno, tra un caffè, un libro di semiotica, e un sbirciata su Facebook, mi imbatto, proprio su quest'ultimo, in un articolo alquanto bizzarro condiviso da un mio amico: "Fermiamo la prostituzione canina in Danimarca, che è legale."
Sconcerto.
Ovviamente, se non bastasse già di per se l'assurdità del titolo, e la bassa credibilità del sito pubblicante (catenaumana.it), bastavano 4 secondi netti di ricerca su google, per catalogare, in maniera inequivocabile, la notizia come bufala. Tuttavia, il problema non è nella falsità della notizia in sé. Il mondo del Web ne è pieno. Il problema è, al contrario, la piatta accettazione d'autorità della fonte informativa da parte di un certo numero di "Gente del Web". Accettazione che subito si sviluppa in insulti, sfogo di odio represso, rabbia, molti like, e campagne improbabili di firme. Ma ora sto divagando, e, inoltre, anche quest'ultimo aspetto meriterebbe una trattazione a parte.

Ritornando a noi, la piatta ( e pigra?) capacità di accettare qualsiasi cosa venga pubblica sui social network, o dai siti di blogging come vera, vuoi a causa di pigrizia, approssimazione o una recondita volontà, conduce l'internauta, ad una condizione assolutamente negativa: quella del Disinformato.

Internet, sebbene abbia permesso uno sviluppo dell'informazione che raggiunge l'istantaneità, ha anche contribuito a moltiplicare enormemente le fonti. Proprio questa molteplicità informativa, sebbene permetta di avere più punti di vista su uno stesso fatto, può condurre (conduce) inesorabilmente verso una sovra-informazione. Ovvero, conduce in un oceano di fatti concordi o discordi tra loro, di opinioni ed editoriali, di titoli, immagini su facebook, frasi su twitter, in cui ogni singolo bit d'informazione si equivale, sia esso un articolo di un importante giornale nazionale, o qualche frase presente in uno dei peggiori forum di Caracas.
Pertanto, in questa omogeneità, in questo eccesso di uguaglianza informativa, il principio primo dell'informazione, ovvero portare a conoscenza di qualcosa, decade. Può essere detto tutto e tutto può essere preso per vero. 
Non esiste più l'informazione, poiché l'oggetto stesso dell'informazione, quel qualcosa di cui si doveva venire a conoscenza, svanisce, distrutto da una moltiplicazione contraddittoria di se stesso.

In questa condizione è quindi possibile che anche le notizie più assurde possano essere ritenute veritiere, per poi venire immagazzinate come bagaglio culturale e informativo dell'individuo ed, infine, utilizzate durante la vita quotidiana. 
Questo è il disinformato.
Un'individuo che ha subito e/o sviluppato un'informazione approssimativa, ma che è convinto di essere in possesso della verità. E non c'è nulla di peggio.

Ma che cosa ha a che fare quest'enorme sproloquio con il primo post di uno sconosciuto blog?

La risposta è molto semplice: è una sorta di carta d'intenti.
Mi piace fare ragionamenti più o meno articolati, che rispecchino le mie idee o mie rielaborazioni. In altri termini, assolutamente soggettivi. 
Tuttavia, le basi di questi ragionamenti saranno fondate il più possibili su fonti di una riconosciuta e oggettiva autorità. Giornali, libri, perfino Wikipedia. L'importante è che chiunque possa raggiungere tali fonti e, partendo dalla loro neutralità, costruire un proprio pensiero, una propria idea, una propria considerazione.


                                                                                                                    W.M.

Quello che Internet ci sta togliendo - Commento alla lettera di Umberto Eco

Premessa: questo articolo è un commento alla lettera aperta di Umberto Eco pubblicata sulle pagine de "L'Espresso" il 3 gennaio 2014 e ritrovabile a questo link: 


Il ragionamento del grande autore italiano parte da un preconcetto fondamentale: quando il nipote leggerà la lettera, il nonno non sarà più in questo mondo. Eco non ha scritto ciò giustificandolo poi con una sua personale scelta di far recapitare la lettera al nipote solo al raggiungimento dell'età adulta, in realtà lui non ha affatto specificato il perché.
Che la lettera sia effettivamente indirizzata ad un adulto è improbabile, poiché il messaggio di fondo è chiaramente rivolto a ragazzi al massimo appena immatricolati. Quello che si può dedurre (o che io deduco, magari costruendo una teoria alla fine sbagliata) è che anche qui l'autore voglia sottolineare, con una non troppo marcata iperbole, come i giorni nostri, così frenetici e impegnati, non permettano nemmeno di fermarsi a leggere la lettera scritta dal nostro caro e ormai trapassato nonnino.
Proseguendo poi nella lettera, Eco dichiara che il suo non è un attacco alla tecnologia, bensì all'uso che se ne fa. Avevo inizialmente bollato questa lettera come una "caduta di stile" di uno dei miei autori viventi preferiti, crogiolandomi poi nel conformismo di altre opinioni simili alla mia. Alcuni giorni dopo, rileggendo la lettera, mi sono imbattuto in un esempio che avevo distrattamente saltato in precedenza: 

"Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan "

Ho subito tentato di ricordare i nomi, vista la mia passione per il romanzo di Dumas, fallendo miseramente. A questo punto, preso dal panico di un Alzheimer già galoppante, sono corso a sfogliare "I Tre Moschettieri". Mi sono tolto un enorme peso quando, rileggendo quelle poche pagine, sono ricomparsi, sulla carta e nella mia mente, i nomi di Grimaud, Bazin, Mosqueton e, proseguendo nella lettura, Planchet. Quella non era di sicuro la prima volta in cui avevo un lapsus riguardante dei nomi, ma testando alcune mie conoscenze fino a quel momento certe, mi sono ritrovato più di una volta senza la risposta. Internet in sé non ci sta effettivamente indebolendo la memoria, ma l'uso che noi ne facciamo, usando la rete come un contenitore in cui riporre le nostre conoscenze, andando a consultarle solo quando ne necessitiamo, sta lentamente distruggendo il nostro senso di ricordo. Spesso mi sono ritrovato io stesso a non ricordare alcune formule di fisica, nascondendomi dal problema con un "andrò a controllare su internet" e con la successiva apertura di Wikipedia. Questo procedimento non è moralmente sbagliato: se in futuro lavoro mi servirà la stessa formula, la ritroverò sullo stesso sito, e magari più velocemente rispetto ai giorni nostri. Ipotizziamo però che la rete in un determinato luogo non sia disponibile o, volendo proprio estremizzare una situazione, che la rete non sia mai più disponibile.
Tralasciando il panico generale che provoca in me la remota eventualità di un tale evento, probabilmente non sarei l'unico ad essere disperso nelle domande senza la capacità di rispondere. Ma se già oggi letterati come Umberto Eco iniziano a notare, e forse accusare di alcune perdite di memoria, allora cosa ne sarà di noi quando magari proprio la nostra vita sarà nelle mani di un medico?
Non voglio che le ultime parole che sentirò siano qualcosa come "Aspetta che non ricordo se è la vena giusta, lo chiedo su Yahoo Answers"


F.C.

mercoledì 5 febbraio 2014

Il "volgarismo" che ci seppellirà tutti.


Recentemente mi è capitato più di una volta di sentire persone lamentarsi non riuscendo a capire quello che una persona, ad esempio un' istituzione, stesse dicendo.
Dapprima non ci facevo caso, abituato come sono a pranzare in fretta e completamente assorto nei miei pensieri; poi però ho notato un trend crescente in questa direzione, ed ho iniziato a prestare più attenzione a quello che veniva detto.
Risultato?
Capivo (escludendo i termini strettamente tecnici) tutto.
Il linguaggio mi sembrava il classico "linguaggio istituzionale": le parole più o meno ricercate, le espressioni gergali tralasciate, ma il messaggio di fondo, e il modo in cui questo veniva espresso, erano chiarissimi.
In quel preciso momento pensai che chi si stava lamentando poteva essere un operaio di cantiere, o comunque qualcuno che non avesse a che fare con termini astrusi, come invece succede a chi porta avanti studi liceali/universitari. 

"Caso chiuso", pensai.

Oggi, come ogni giorno in cui devo aspettare l'arrivo dell'autobus quei 10-15 minuti, si svolge davanti a me una scena vista fin troppe volte, ma che si riesce difficilmente a decifrare: dei ragazzi di prima superiore (quindi di età approssimabile ai 14 anni), che fumano e imprecano in pieno centro città. La particolarità della zona dove è situata la mia fermata è che è antistante una piazza con annessi condomini, e questi condomini sono abitati da gente più o meno anziana. Non credo che le imprecazioni abbiano dato il fastidio che causerebbero se urlate in un convento (abitando in Veneto fanno quasi parte del "patrimonio culturale"), tanto meno a me, agnostico convinto e critico. La cosa che mi ha invece stupito è il fatto che, quando il gestore di un bar vicino (quello dove solitamente pranzo) si è avvicinato per chiedere ai ragazzi di "abbassare il tono di voce" (cit.), questi se ne siano andati scimmiottando il barista per l'uso della frase "abbassare il tono di voce", come se il poveretto fosse ricorso a chissà quale termine aulico per chiedere a quei quattro cretini di darsi una calmata (giusto per chiarire la mia opinione sui quei bambini).
Ho anche notato come, crescendo, chi non ha mai capito quello che gli veniva detto, poiché espresso con termini non così moderni, non si fidasse per nulla della persona con cui stava parlando, preferendo la persona "alla mano".
Se questa riflessione si fosse fermata in termini sociologici, probabilmente ora non sarei qui a scrivere. Ho iniziato invece a notare come questo ragionamento sia applicato fin troppo alla politica: il "Vaffanculo" urlato in mille e ancora mille piazze italiane da Beppe Grillo; il "ball of steel" del premier Enrico Letta; le "barzellette" di Silvio Berlusconi. Tutti questi "volgarismi" non fanno che abbassare il livello di decenza politica italiana. Ma non è solo il formalismo della vulgata che perde colpi:


Tutti (purtroppo), ci ricordiamo dell'ennesima butta figura fatta dall'allora  presidente del consiglio Silvio Berlusconi: dopo la classica foto di rito alle UN, il rappresentante del centrodestra italiano, già famoso per alcune "gaffe", cerca l'attenzione del presidente Obama alzando la voce. A questo punto, la regina Elisabetta, bandiera di quell'eleganza tipicamente british, lo rimprovera chiedendogli gentilmente di abbassare la voce.
Questo forse è un esempio estremo di cattiva educazione, ma anche piccole cose possono portare a problemi via via maggiori. Il caso più recente che mi viene in mente è quello di "giacca e cravatta" dei parlamentari del Movimento 5 Stelle.

(credits per l'immagine a Messaggero.it)

Perché un atto così normale in molti posti di lavoro, viene invece (giustamente) stigmatizzato in Parlamento?
Perché la giacca e la cravatta sono il simbolo del rispetto, di quella formalità che contraddistingue le alte cariche dello Stato. Ciò che rappresentano quei pochi metri quadrati di stoffa è in realtà lo Stato italiano inteso come istituzione politica. 

E se decidessimo di spogliarci anche del rispetto e della politica, dove finirebbe il nostro paese?
Probabilmente a farsi (ancora una volta) sgridare dalla regina.